Ginevra Bompiani
La figlia di Valentino Bompiani
e i suoi specchi femminili:
la Ortese,

la Morante,

la Ramondino,
così legate a Napoli,
tra realtà e immaginazione
“Tre donne
e Pulcinella
ballano per me”
Intervista di
Paola Dècina Lombardi
("La Stampa - Tuttolibri", 7 novembre 2009)
... Amo moltissimo Anna Maria Ortese, scrittrice straordinaria, ancora misconosciuta dalle antologie e dalla critica del Novecento, come d'altronde Elsa Morante. In Ortese mi affascina il continuo rovesciarsi di miseria e splendore, di realtà e immaginazione. Questa doppia visione c'è anche in Fabrizia Ramondino, altra grande scrittrice di cui abbiamo pubblicato il libro di racconti Il calore. Tutte e tre, Ortese, Morante, Ramondino, sono legate a Napoli, una città molto narrativa. Forse è una qualità legata anche al suo emblema: Pulcinella che balla e a ogni giro mostra una faccia diversa - la faccia che ride e il volto della morte. In queste scrittrici, le due facce sono sempre presenti, e a ogni giro di danza appare l'una o l'altra.
[...] Ho avuto la fortuna di incontrare molti “grandi” nella mia vita, ma di incontrarli nella vita quotidiana, senza aura, e questo, credo, ha fatto sì che quello che erano mi toccasse in modo profondo e struggente, mi raggiungesse, come dire, il cuore prima del cervello; lo sguardo di Heidegger, la voce di Ingeborg Bachmann,

la gentilezza di Derrida, l'avvenenza di Calvino, la torva comicità di Manganelli... Fra tutti, mi hanno abitata, non come fantasmi, ma come padroni di casa: José Bergamin e Gilles Deleuze.

Giovanna Bemporad
e Alda Merini
di Andrea Zanzotto
(Radio Lugano, 1980)
Dà sempre gioia il ritorno di vivissime personalità poetiche la cui voce “per lungo silenzio parea fioca”. Ecco ora premiata a Vallombrosa la raccolta di versi e traduzioni dal titolo “Esercizi” (editore Garzanti) in cui Giovanna Bemporad presenta tutta la sua opera poetica, anzi, in buona parte la ripresenta, perché il più importante nucleo di questi versi risale agli anni 40 ed era uscito nel 1948. Giovanna Bemporad aveva già in quegli anni raggiunto una sua netta riconoscibilità stilistica, la sua produzione è stata poi diradata in un lungo periodo di tempo che arriva fino all’oggi ed ha sempre continuato a ritrovarsi nelle figure formali allora assunte. Ne risulta in tal modo una straordinaria coerenza di scrittura, marcata come da una felice atemporalità. Pier Paolo Pasolini, in un memorabile articolo del 1948 dedicato alla Bemporad aveva bene individuato il movimento di formazione della poetessa, con le sue apparenti (e anche reali) contraddizioni o discontinuità, che ben presto avevano toccato una globale armonia, da dirsi veramente classica. Giovanna Bemporad aveva già fin da allora fissati i termini di un suo movimento ciclico, da “eterno ritorno”, quasi al di fuori del flusso della storia con i suoi eventi ma anche con le sue mode spesso effimere. La “classicità” della Bemporad vive dunque di un compatto nucleo di temi e linee stilistiche, destinati non a variare ma ad approfondirsi, ad arricchirsi quasi sotterraneamente nel tempo.
E certo le bellissime traduzioni che costituiscono la parte forse preponderante del volume hanno contribuito in modo decisivo alla formazione della Bemporad, sono il primo telaio stilistico su cui ella si è assiduamente applicata. “Esercizi” sono appunto, in questo quadro di omogeneità, e le poesie e le traduzioni, secondo una concezione quasi ascetica del fare letterario. Nel confronto con i testi di numerosi grandi autori, dagli Indiani antichi ai greci, a Virgilio, fino a Mallarmé e Rilke, Giovanna Bemporad ha conquistato la maestria che le è servita nella sua opera creativa. I suoi componimenti, che pur nascono da un’esacerbata sensibilità quasi da “poeta maledetto”, finiscono per toccare una zona cristallina, una pur tesa armonia che tutto ricompone, riabilita, fa emergere in un alone di miracolo autosufficiente.
Un altro caro ritorno è anche quello di Alda Merini, la cui poesia mistica e orfica venne fatta conoscere più di vent’anni fa da Giacinto Spagnoletti, suscitando i più caldi consensi. Sembrava che Alda Merini avesse abbandonato per sempre la poesia in seguito a sventure che l’avevano colpita e che la perseguitano pur oggi. Ma questa piccola silloge che ora ella presenta presso l’editore Lalli, col titolo “Destinati a morire”, ci richiama ad una straziante ed alta realtà poetica mai venuta meno. Alda Merini mostra di aver saputo trasformare la bruta negatività della sventura in una nuova e più profonda ragione di poesia. Anche se la raccolta è smilza e se non tutti i componimenti sembrano pienamente riusciti, leggendo questi versi di Alda Merini, si ha spesso la sensazione di un’intatta forza creativa destinata a dar frutti nel futuro. E Alda Merini merita più di molti altri un ricco futuro poetico.
Pasolini nella biografia di Enzo Siciliano
Dossier Pasolini
L'adolescenza, la vita, la morte dell'uomo e del poeta raccontate da Enzo Siciliano -Documenti e ritagli, conversazioni e citazioni
Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, ed. Rizzoli, pag. 430, lire 7.000
di Rossana Ombres
(1931 - 2009)
("La Stampa", s.d. ma 1978)
Confessiamo di essere sempre stati attratti da quelle «vite» di uomini che raggiunsero la fama, dove a fatti reali ed a opere realmente compiute venivano mescolate cose straordinarie, tanto improbabili quanto sicuramente aderenti alla personalità del biografato. Esemplare il Vasari nel suo Giotto, quando ci dà tutto il mirabile ingegno del fanciullo Giotto in queste poche parole: «... perché fermatosi Cimabue tutto maraviglioso, lo domandò se voleva andar a star seco» o quando ne fa intravedere la seducente intelligenza di parola nelle risposte al re di Napoli o al cortigiano di Benedetto IX. Non a caso ci è venuto in mente Giotto, molto amato da Pier Paolo Pasolini (nel Decameron, uno dei suoi film più seguiti, «firma» la sua opera cinematografica come gli antichi pittori solevano firmare i loro quadri, apparendo proprio in veste di Giotto): perché della «vita» di Pasolini vogliamo parlare, di quella che ci dice Enzo Siciliano nel volume Vita di Pasolini.
È un libro spesso, quattrocento pagine scritte a caldo - Pasolini fu ucciso il 3 [sic!] novembre del 1975 - dove si sente la passione non decantata anche se la mano è di scrittore accorto. Pasolini è seguito passo a passo, affettuosamente pedinato: dalla camera da letto, o cucina, dei suoi genitori, alle gite al fiume, agli anni universitari alle amicizie letterarie alle inclinazioni sessuali: e fra questi ramages che si colorano di tinte che debordano una nell'altra, sbocciano germogli e fiori, opere compiute ed incompiute, editi poco conosciuti o inediti che Siciliano con lodevole impegno è andato scovando non solo fra manoscritti e dattiloscritti ma anche fra i ricordi, fra le parole degli amici di Pasolini.
Questa vita comincia col giallo del delitto e finisce con la morte del poeta: nel fitto, moltissime notizie, note critiche non ostentate ma quasi composte a tralci d'edera ad adornare l'esistenza spiritualmente e fisicamente assai mossa di Pier Paolo Pasolini, stralci di lettere «parlate» con quel fervore di verifiche, di discussione e di comunicazione dei solitari, perché un solitario fu Pasolini.
Vengono esaminate fotografie, primizie dell'adolescente Pasolini: e un manipolo di persone che, via via che passano gli anni, diventa una piccola folla: viva di assensi di obiezioni di dubbi di contrasti, una folla di letterati, parenti, amici e gente di quel ristretto mondo romano in cui si pretende che il solo vezzo del nome, privo dell'ovvietà del cognome, presenti, faccia riconoscere.
In questo grosso dossier-Pasolini circola aria di film: la scena del corpo abbandonato nella luce incerta di un'alba autunnale all'Idroscalo di Ostia, la rassegna minuziosa, centellinata dell'album di famiglia, la madre del poeta, giovinetta sullo sfondo della casa di Casarsa, balere e rive dolci nella memoria, tramonti malinconici sulle dune di Sabaudia, il quadro ripetitivo e persecutorio dei due oggetti che forse segnano il mistero di tanto atroce morte, il logoro golf verde e il plantare, rimasti senza il nome di colui al quale appartenevano.
Ma se si trattasse di un vero film, sarebbe certamente noioso, traboccante dei luoghi comuni a tanti film, «alla psicanalisi», pensiamo alla grande anamnesi familiare e individuale che è il libro, sulla quale si vanno via via posando una serie di elementi tipici da «caso», da manuale: scenate tra padre e madre durante l'infanzia del soggetto, virilità fascista del padre con conseguenti «tradimenti» alla moglie, rivalità tra padre e figlio, nevrosi del bambino primogenito alla nascita del fratello, incestuosità latente ed odiosamata omosessualità, allontanamento della madre dal padre per seguire il figlio ecc.
Trattandosi invece di un film di carta stampata, fissato e racchiuso nella pagina, intatto è il rilievo della testimonianza accorata di una predilezione e limpido il rapporto tra parole ritrovate e annotazioni che disegnano il dettaglio, spazi che incorniciano il particolare.
Non ce ne voglia però Siciliano se speriamo che, fra molti anni, qualcuno ci dia una «vita» di Pasolini dove l'elemento reale venga enucleato dall'analisi e mescolato al favoloso, dove al di là di documenti e ritagli, conversazioni e citazioni, appaia una figura che «tutta maravigliosa» faccia a Pasolini una domanda straordinaria.
Una lettera di
Pier Paolo Pasolini
a Sandro Penna
[Roma, febbraio 1970]
Caro Sandro,
non è forse giusto ch'io ti dica a te cose che riguardano te, e che ti dipingono con tanto amore. Io ho un culto di te. E, come tutti i culti, mi dà il rimorso di non essere così forte e fedele da praticarlo degnamente. Ciò lo dico come se ambedue fossimo morti, e la vita non ci toccasse dunque più con la sua miseria, che giorno per giorno, ora per ora, contraddice ciò che tu sei e ciò che io penso tu sia. È la vita nella sua totalità, come se noi l'avessimo del tutto adempiuta (e di fatto è quasi così) che ora io guardo. In questa vita tu ti sei tenuto in disparte, a contemplarla, come un animale buono, che qualche volta deve pur nutrirsi, e allora è costretto a predare, non potendo vivere di pura contemplazione, di «gioia e dolore di esserci». Avrai dunque compiuto anche tu i tuoi peccati, e anche la tua coscienza avrà laboriosamente lottato per giustificarsene. E ciò ti avrà reso patetico come il personaggio di una grande opera, che quasi non canta. Questa tenerezza della miseria umana ti circonda come un'aureola terrestre intorno a un capo celeste. Non dico che queste parole ti rappresentino del tutto fedelmente, e che possano prestarsi a qualche equivoco, per un estraneo che legga questa nostra lettera intima: sì, infatti oltre che miseramente pateico, sei anche un po' buffo. E ciò contraddice alla tua immagine santa che sto delineando. Contraddice, intendo, nei termini usuali con cui si discorre: in realtà tutti i santi sono patetici e buffi. In cosa consiste la tua santità? Nel silenzio con cui hai rinunciato alla vita e al suo godimento così come è inteso nella nostra parte di storia in cui siamo apparsi su questa terra. Ripeto, hai cercato il tuo godimento altrove, in cose considerate da tutti futili, remote, incomprensibili, infantili e sconvenienti. Anche tu sei stato, ripeto, un po' predone di quella realtà che forse dovrebbe essere unicamente contemplata. Ma è proprio da questi tuoi momenti di peccato in cui sei venuto meno alla regola della rinuncia e della umile, silenziosa, monastica protesta contro il mondo, così sublime e cos' inaccogliente che tu hai trovato le aspirazioni per la tua poesia. Essa consiste nell'osservazione lieta e priva di ogni speranza delle cose (per te pochissime, anzi forse una sola) che si possono cogliere nel mondo per sopravviverci; ma questa osservazione è compiuta nel silenzio del luogo dove non si vive più ma, appunto, si contempla soltanto. La tua esclusione di te stesso da un mondo che del resto ti escludeva è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza né principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, hai cantato le forme del mondo lontano.
Che ciò abbia fatto di te - oltre che un santo anarchico e un precursore di ogni contestazione passiva e assoluta - forse il più grande e il più lieto poeta italiano vivente - è un discorso che si svolge su un piano molto più basso di quello di questa lettera incerta e incompleta, che riguarda più la tua poesia vissuta che la tua poesia scritta. È la prima infatti a contare, per chi, appunto perché educato e come tolto a se stesso da un lungo amore per la poesia, riesce a intravedere ciò che vale al di fuori di ogni valore: la santità del nulla.
Minuta dattiloscritta con correzioni autografe conservata nell'Archivio Pasolini. Per la seconda edizione delle Poesie di Penna, aumentata di Croce e delizia e di altri inediti (cfr. Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1970), Pasolini ha steso questo scritto sotto forma di lettera all'autore, che, trasferito in terza persona e con alcuni ritocchi, sarà inserito nei volumi come «segnalibro».
Penna, ricevuto questo scritto, risponde a Pasolini con una lettera senza data:
Caro Pier Paolo,
grazie, tanto più che mi credevo proprio non ti fosse possibile. Avevo anche scherzato con mIlano (Garzanti) che eri preso da mille cose con un Brasile che ti aspettava.
Glielo mando subito e, credo non ti offenderai, gli chiederò «cosa farete con Pier Paolo? Lo pagate o gli fate un bel regalo in libri?» So che a te non interessa, ma il lavoro deve essere compensato. Ti pare. Ma dovevo solo scriverti «grazie» sul cuscino. L'idea è di Elsa* ma io tanto sapevo che a Graziella si può dire tutto.
Digli di Porcile: ho pianto di entusiasmo come a Ladri di biciclette o [illeggibile]. Ma quelle sono cose ormai incolori di fronte alla stupenda visione (ma lo hai sognato?) di Porcile. È bello anche se non si può capire o spiegare. Ma da Mallarmé... Godi il Brasile.
Poco santo ma
molto affezionato tuo Sandro
Il saggio è più sublime, cioè è sublime quanto affettuoso. Lo leggerò tutta la notte. Non lo imposto subito. Elsa ne è entusiasta.
* Elsa Morante.
Pier Paolo Pasolini
Vita attraverso le lettere
A cura di Nico Naldini
Einaudi, Torino 1994
pp. 375, lire 15.000

Maria D'Ascia è in partenza per Londra.


Pubblicati, in «Amado mio»,
Due inediti di Pasolini:
Tenero inferno