Anna Maria Ortese

~ In sonno e in veglia ~

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domenica, 08 novembre 2009

Ginevra BompianiGinevra Bompiani

La figlia di Valentino Bompiani

e i suoi specchi femminili:

la Ortese,

403

la Morante,

Elsa Morante

la Ramondino,

Fabrizia Ramondinocosì legate a Napoli,

tra realtà e immaginazione

“Tre donne

e Pulcinella

ballano per me”

Intervista di

Paola Dècina Lombardi

("La Stampa - Tuttolibri", 7 novembre 2009)

 

 

... Amo moltissimo Anna Maria Ortese, scrittrice straordinaria, ancora misconosciuta dalle antologie e dalla critica del Novecento, come d'altronde Elsa Morante. In Ortese mi affascina il continuo rovesciarsi di miseria e splendore, di realtà e immaginazione. Questa doppia visione c'è anche in Fabrizia Ramondino, altra grande scrittrice di cui abbiamo pubblicato il libro di racconti Il calore. Tutte e tre, Ortese, Morante, Ramondino, sono legate a Napoli, una città molto narrativa. Forse è una qualità legata anche al suo emblema: Pulcinella che balla e a ogni giro mostra una faccia diversa - la faccia che ride e il volto della morte. In queste scrittrici, le due facce sono sempre presenti, e a ogni giro di danza appare l'una o l'altra.

 

 

[...] Ho avuto la fortuna di incontrare molti “grandi” nella mia vita, ma di incontrarli nella vita quotidiana, senza aura, e questo, credo, ha fatto sì che quello che erano mi toccasse in modo profondo e struggente, mi raggiungesse, come dire, il cuore prima del cervello; lo sguardo di Heidegger, la voce di Ingeborg Bachmann,

Bachmann Ingebor

la gentilezza di Derrida, l'avvenenza di Calvino, la torva comicità di Manganelli... Fra tutti, mi hanno abitata, non come fantasmi, ma come padroni di casa: José Bergamin e Gilles Deleuze.

 

 

sabato, 07 novembre 2009

Immagine
postato da: gdc alle ore 22:40 | link | commenti
categorie: anna maria ortese, archivio gdc

Giovanna Bemporad
Giovanna Bemporad
e Alda Merini
di Andrea Zanzotto
(Radio Lugano, 1980)

 

Dà sempre gioia il ritorno di vivissime personalità poetiche la cui voce “per lungo silenzio parea fioca”. Ecco ora premiata a Vallombrosa la raccolta di versi e traduzioni dal titolo “Esercizi” (editore Garzanti) in cui Giovanna Bemporad presenta tutta la sua opera poetica, anzi, in buona parte la ripresenta, perché il più importante nucleo di questi versi risale agli anni 40 ed era uscito nel 1948. Giovanna Bemporad aveva già in quegli anni raggiunto una sua netta riconoscibilità stilistica, la sua produzione è stata poi diradata in un lungo periodo di tempo che arriva fino all’oggi ed ha sempre continuato a ritrovarsi nelle figure formali allora assunte. Ne risulta in tal modo una straordinaria coerenza di scrittura, marcata come da una felice atemporalità. Pier Paolo Pasolini, in un memorabile articolo del 1948 dedicato alla Bemporad aveva bene individuato il movimento di formazione della poetessa, con le sue apparenti (e anche reali) contraddizioni o discontinuità, che ben presto avevano toccato una globale armonia, da dirsi veramente classica. Giovanna Bemporad aveva già fin da allora fissati i termini di un suo movimento ciclico, da “eterno ritorno”, quasi al di fuori del flusso della storia con i suoi eventi ma anche con le sue mode spesso effimere. La “classicità” della Bemporad vive dunque di un compatto nucleo di temi e linee stilistiche, destinati non a variare ma ad approfondirsi, ad arricchirsi quasi sotterraneamente nel tempo.

E certo le bellissime traduzioni che costituiscono la parte forse preponderante del volume hanno contribuito in modo decisivo alla formazione della Bemporad, sono il primo telaio stilistico su cui ella si è assiduamente applicata. “Esercizi” sono appunto, in questo quadro di omogeneità, e le poesie e le traduzioni, secondo una concezione quasi ascetica del fare letterario. Nel confronto con i testi di numerosi grandi autori, dagli Indiani antichi ai greci, a Virgilio, fino a Mallarmé e Rilke, Giovanna Bemporad ha conquistato la maestria che le è servita nella sua opera creativa. I suoi componimenti, che pur nascono da un’esacerbata sensibilità quasi da “poeta maledetto”, finiscono per toccare una zona cristallina, una pur tesa armonia che tutto ricompone, riabilita, fa emergere in un alone di miracolo autosufficiente. La Bemporad, formatasi negli anni della “poesia pura”, ha dunque ben saputo renderne evidenti quelle ragioni che sono destinate a sempre rimotivarsi e a durare. Per questo il libro “Esercizi” si presenta con una particolare autorità e tempestività anche nel clima letterario attuale.

Un altro caro ritorno è anche quello di Alda Merini, la cui poesia mistica e orfica venne fatta conoscere più di vent’anni fa da Giacinto Spagnoletti, suscitando i più caldi consensi. Sembrava che Alda Merini avesse abbandonato per sempre la poesia in seguito a sventure che l’avevano colpita e che la perseguitano pur oggi. Ma questa piccola silloge che ora ella presenta presso l’editore Lalli, col titolo “Destinati a morire”, ci richiama ad una straziante ed alta realtà poetica mai venuta meno. Alda Merini mostra di aver saputo trasformare la bruta negatività della sventura in una nuova e più profonda ragione di poesia. Anche se la raccolta è smilza e se non tutti i componimenti sembrano pienamente riusciti, leggendo questi versi di Alda Merini, si ha spesso la sensazione di un’intatta forza creativa destinata a dar frutti nel futuro. E Alda Merini merita più di molti altri un ricco futuro poetico.

 

 


Pier Paolo Pasolini, Laura Betti e Goffredo ParisePasolini nella biografia di Enzo Siciliano
Una vita
fatta di letteratura
di Goffredo Parise
("Corriere della Sera", s.d.)

Dopo «Vita di D'Annunzio» di Piero Chiara, biografia, è il caso di dirlo, tutta vita, ecco «Vita di Pasolini» di Enzo Siciliano, biografia, è ancora il caso di dirlo, tutta letteratura. Così, di due poeti sotto molti aspetti simili, abbiamo a confronto vita e letteratura: infatti, come si vedrà, mentre la letteratura di D'Annunzio usciva tutta dalla vita, la vita di Pasolini, esattamente al contrario, usciva tutta dalla letteratura.

Con questo libro (Rizzoli Editore, pag. 425, lire 7.000) Enzo Siciliano ha portato a termine un enorme sforzo. Perché un enorme sforzo, trattandosi tutto sommato della biografia di un uomo ormai pubblico, morto di recente, cui le fonti dirette e indirette non avrebbero dovuto mancare e infatti non sono mancate? Lo sforzo, secondo noi, consiste in questo: Siciliano con il fiuto dell'uomo di mondo, ha voluto deliberatamente tenere nello sfondo e quasi in penombra l'aspetto più propriamente clamoroso e scandalistico della vita di Pasolini: egli sapeva che se ne era già parlato fin troppo su giornali e rotocalchi al tempo della sua tragica morte e che i dati di cronaca erano conosciuti ai più in termini ampamente dettagliati. Così, per quanto riguarda la morte, Siciliano li affida a un prologo per così dire «giallo», di poche pagine, basato appunto sui dati e le deposizioni tratti dalla cronaca giudiziaria del processo.

Inoltre Siciliano, e qui il fiuto del letterato ha fatto davvero centro, sapeva perfettamente che prima che uomo pubblico, e scandaloso uomo pubblico, Pasolini era un letterato: un letterato tradizionale italiano, con il «curriculum» tipico del letterato: estrazione piccolo borghese, sempre ottimi voti a scuola, studi di lettere all'Università, laurea con centodieci e lode, insegnamento: indi carriera letteraria, appassionatamente didattica e ideologica, come moltissimi, come quasi tutti i letterati italiani, salvo rarissime eccezioni. Siciliano ha capito che la sua biografia stava soprattutto lì, nelle prime poesie scritte a sette anni, nelle riviste letterarie, nei cenacoli linguistici e poetici, nell'ambiente degli addetti ai lavori, dei clercs; ha capito che lì, nel numerus clausus di chi si nutre e vive di letteratura stava la vita di Pasolini, la sua omosessualità. L'atteggiamento filiale verso la madre, il suo modo di vestire, il suo stupefacente manierismo, quel «saper tutto» poliforme più che eclettico, l'ideologia e la demagogia e lo scandalo, tutto, tutto letteratura: ha capito infine che la sua letteratura, quella di cui ci restano poesie, romanzi, saggi, invettive, tragedie e film, nasceva dalla letteratura molto prima che dalla vita e che anzi la vera vita di Pasolini stava nella letteratura della più pura e conseguente tradizione italiana, dalle origini ad oggi.


Capito questo, Siciliano deve essersi messo al grande lavoro con la tranquilla serenità di chi ha le mani in pasta e ha così composto la biografia di un letterato scritta da un letterato per letterati. E il cerchio dovrebbe chiudersi se non fosse che la letteratura, anche quella dei clercs, qualche volta diventa un vero e proprio giallo, un gioco di specchi: è il caso fortunato di questo libro. Ma che tipo di giallo? Ancora una volta, mi si perdoni, un giallo letterario, soggetto cioè alle regole interpretative messe a disposizione della cultura moderna: così la psicanalisi affronta e spiega il rapporto con la madre e il padre, cioè l'infanzia; gli studi e gli interessi linguistici e filologici, l'adolescenza; l'impegno cristiano e marxista, la giovinezza; la letteratura, il manierismo e il decadentismo sia nell'arte che nella politica; il sesso, cioè ancora una volta Freud, tutta la vita fino alla morte. E del resto queste chiavi, le chiavi della cultura, che erano le chiavi della letteratura, del cinema e della politica di Pasolini, non erano lì, bene in vista in ogni sua opera? Siciliano le ha raccolte e ha aperto con esse e soltanto con esse (non esistono altre chiavi) le porte della sua vita.

Il libro è ricchissimo, scrupoloso e minuzioso per cronologia e storia. Eppure sembra poco, pochissimo, sembra una vita quasi grigia, iterativa, sepolta com'è da secoli di letteratura italiana: ed è questa infatti la vera protagonista del libro, l'Eroe e il Demone di cui Siciliano ha scritto la biografia e di cui Pasolini fu al tempo stesso involucro e artigiano. Bisogna dare atto che di essa Siciliano ci dice tutto, più che tutto, con una partecipazione che potremmo anche chiamare mimesi e che non possiamo non chiamare passione: una passione che coinvolge appunto e prima di tutto lo stile dell'autore, anche quello «squisitamente» letterario.

Dunque: la biografia di un letterato, scritta da un letterato, per letterati, in stile letterario. Siciliano non avrebbe potuto fare di più e meglio, ed ecco perché abbiamo parlato all'inizio di enorme sforzo, secondo noi il maggiore che egli abbia compiuto fino ad oggi nella sua carriera di scrittore. E ci pare che oltre all'enorme sforzo egli abbia ricavato anche un enorme piacere, il piacere compiuto e per così dire totalitario di un letterato che, come appunto in un gioco di specchi, scrive la biografia non di un uomo ma della letteratura. Dobbiamo dire che la grande originalità di questo libro sta a nostro avviso tutta qui. A questo punto però bisognerebbe spiegare al più vasto pubblico di lettori che cosa è un letterato, in particolare un letterato italiano.


1) continua...

Pier Paolo Pasolini e la Madre (a)Dossier Pasolini

L'adolescenza, la vita, la morte dell'uomo e del poeta raccontate da Enzo Siciliano -Documenti e ritagli, conversazioni e citazioni

Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, ed. Rizzoli, pag. 430, lire 7.000

di Rossana Ombres

(1931 - 2009)

("La Stampa", s.d. ma 1978)

Confessiamo di essere sempre stati attratti da quelle «vite» di uomini che raggiunsero la fama, dove a fatti reali ed a opere realmente compiute venivano mescolate cose straordinarie, tanto improbabili quanto sicuramente aderenti alla personalità del biografato. Esemplare il Vasari nel suo Giotto, quando ci dà tutto il  mirabile ingegno del fanciullo Giotto in queste poche parole: «... perché fermatosi Cimabue tutto maraviglioso, lo domandò se voleva andar a star seco» o quando ne fa intravedere la seducente intelligenza di parola nelle risposte al re di Napoli o al cortigiano di Benedetto IX. Non a caso ci è venuto in mente Giotto, molto amato da Pier Paolo Pasolini (nel Decameron, uno dei suoi film più seguiti, «firma» la sua opera cinematografica come gli antichi pittori solevano firmare i loro quadri, apparendo proprio in veste di Giotto): perché della «vita» di Pasolini vogliamo parlare, di quella che ci dice Enzo Siciliano nel volume Vita di Pasolini.

 

È un libro spesso, quattrocento pagine scritte a caldo - Pasolini fu ucciso il 3 [sic!] novembre del 1975 - dove si sente la passione non decantata anche se la mano è di scrittore accorto. Pasolini è seguito passo a passo, affettuosamente pedinato: dalla camera da letto, o cucina, dei suoi genitori, alle gite al fiume, agli anni universitari alle amicizie letterarie alle inclinazioni sessuali: e fra questi ramages che si colorano di tinte che debordano una nell'altra, sbocciano germogli e fiori, opere compiute ed incompiute, editi poco conosciuti o inediti che Siciliano con lodevole impegno è andato scovando non solo fra manoscritti e dattiloscritti ma anche fra i ricordi, fra le parole degli amici di Pasolini.

Questa vita comincia col giallo del delitto e finisce con la morte del poeta: nel fitto, moltissime notizie, note critiche non ostentate ma quasi composte a tralci d'edera ad adornare l'esistenza spiritualmente e fisicamente assai mossa di Pier Paolo Pasolini, stralci di lettere «parlate» con quel fervore di verifiche, di discussione e di comunicazione dei solitari, perché un solitario fu Pasolini.

Vengono esaminate fotografie, primizie dell'adolescente Pasolini: e un manipolo di persone che, via via che passano gli anni, diventa una piccola folla: viva di assensi di obiezioni di dubbi di contrasti, una folla di letterati, parenti, amici e gente di quel ristretto mondo romano in cui si pretende che il solo vezzo del nome, privo dell'ovvietà del cognome, presenti, faccia riconoscere.

In questo grosso dossier-Pasolini circola aria di film: la scena del corpo abbandonato nella luce incerta di un'alba autunnale all'Idroscalo di Ostia, la rassegna minuziosa, centellinata dell'album di famiglia, la madre del poeta, giovinetta sullo sfondo della casa di Casarsa, balere e rive dolci nella memoria, tramonti malinconici sulle dune di Sabaudia, il quadro ripetitivo e persecutorio dei due oggetti che forse segnano il mistero di tanto atroce morte, il logoro golf verde e il plantare, rimasti senza il nome di colui al quale appartenevano.

Ma se si trattasse di un vero film, sarebbe certamente noioso, traboccante dei luoghi comuni a tanti film, «alla psicanalisi», pensiamo alla grande anamnesi familiare e individuale che è il libro, sulla quale si vanno via via posando una serie di elementi tipici da «caso», da manuale: scenate tra padre e madre durante l'infanzia del soggetto, virilità fascista del padre con conseguenti «tradimenti» alla moglie, rivalità tra padre e figlio, nevrosi del bambino primogenito alla nascita del fratello, incestuosità latente ed odiosamata omosessualità, allontanamento della madre dal padre per seguire il figlio ecc.

Trattandosi invece di un film di carta stampata, fissato e racchiuso nella pagina, intatto è il rilievo della testimonianza accorata di una predilezione e limpido il rapporto tra parole ritrovate e annotazioni che disegnano il dettaglio, spazi che incorniciano il particolare.

Non ce ne voglia però Siciliano se speriamo che, fra molti anni, qualcuno ci dia una «vita» di Pasolini dove l'elemento reale venga enucleato dall'analisi e mescolato al favoloso, dove al di là di documenti e ritagli, conversazioni e citazioni, appaia una figura che «tutta maravigliosa» faccia a Pasolini una domanda straordinaria.

 

venerdì, 06 novembre 2009

Sandro Penna e Pier Paolo PasoliniUna lettera di

Pier Paolo Pasolini

a Sandro Penna

[Roma, febbraio 1970]

Caro Sandro,

non è forse giusto ch'io ti dica a te cose che riguardano te, e che ti dipingono con tanto amore. Io ho un culto di te. E, come tutti i culti, mi dà il rimorso di non essere così forte e fedele da praticarlo degnamente. Ciò lo dico come se ambedue fossimo morti, e la vita non ci toccasse dunque più con la sua miseria, che giorno per giorno, ora per ora, contraddice ciò che tu sei e ciò che io penso tu sia. È la vita nella sua totalità, come se noi l'avessimo del tutto adempiuta (e di fatto è quasi così) che ora io guardo. In questa vita tu ti sei tenuto in disparte, a contemplarla, come un animale buono, che qualche volta deve pur nutrirsi, e allora è costretto a predare, non potendo vivere di pura contemplazione, di «gioia e dolore di esserci». Avrai dunque compiuto anche tu i tuoi peccati, e anche la tua coscienza avrà laboriosamente lottato per giustificarsene. E ciò ti avrà reso patetico come il personaggio di una grande opera, che quasi non canta. Questa tenerezza della miseria umana ti circonda come un'aureola terrestre intorno a un capo celeste. Non dico che queste parole ti rappresentino del tutto fedelmente, e che possano prestarsi a qualche equivoco, per un estraneo che legga questa  nostra lettera intima: sì, infatti oltre che miseramente pateico, sei anche un po' buffo. E ciò contraddice alla tua immagine santa che sto delineando. Contraddice, intendo, nei termini usuali con cui si discorre: in realtà tutti i santi sono patetici e buffi. In cosa consiste la tua santità? Nel silenzio con cui hai rinunciato alla vita e al suo godimento così come è inteso nella nostra parte di storia in cui siamo apparsi su questa terra. Ripeto, hai cercato il tuo godimento altrove, in cose considerate da tutti futili, remote, incomprensibili, infantili e sconvenienti. Anche tu sei stato, ripeto, un po' predone di quella realtà che forse dovrebbe essere unicamente contemplata. Ma è proprio da questi tuoi momenti di peccato in cui sei venuto meno alla regola della rinuncia e della umile, silenziosa, monastica protesta contro il mondo, così sublime e cos' inaccogliente che tu hai trovato le aspirazioni per la tua poesia. Essa consiste nell'osservazione lieta e priva di ogni speranza delle cose (per te pochissime, anzi forse una sola) che si possono cogliere nel mondo per sopravviverci; ma questa osservazione è compiuta nel silenzio del luogo dove non si vive più ma, appunto, si contempla soltanto. La tua esclusione di te stesso da un mondo che del resto ti escludeva è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza né principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, hai cantato le forme del mondo lontano.

 

bagnante nel Tevere, anni 50Che ciò abbia fatto di te - oltre che un santo anarchico e un precursore di ogni contestazione passiva e assoluta - forse il più grande e il più lieto poeta italiano vivente - è un discorso che si svolge su un piano molto più basso di quello di questa lettera incerta e incompleta, che riguarda più la tua poesia vissuta  che la tua poesia scritta. È la prima infatti a contare, per chi, appunto perché educato e come tolto a se stesso da un lungo amore per la poesia, riesce a intravedere ciò che vale al di fuori di ogni valore: la santità del nulla.

Minuta dattiloscritta con correzioni autografe conservata nell'Archivio Pasolini. Per la seconda edizione delle Poesie di Penna, aumentata di Croce e delizia e di altri inediti (cfr. Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1970), Pasolini ha steso questo scritto sotto forma di lettera all'autore, che, trasferito in terza persona e con alcuni ritocchi, sarà inserito nei volumi come «segnalibro».

Sandro Penna e Pier Paolo PasoliniPenna, ricevuto questo scritto, risponde a Pasolini con una lettera senza data:

Caro Pier Paolo,

   grazie, tanto più che mi credevo proprio non ti fosse possibile. Avevo anche scherzato con mIlano (Garzanti) che eri preso da mille cose con un Brasile che ti aspettava.

    Glielo mando subito e, credo non ti offenderai, gli chiederò «cosa farete con Pier Paolo? Lo pagate o gli fate un bel regalo in libri?» So che a te non interessa, ma il lavoro deve essere compensato. Ti pare. Ma dovevo solo scriverti «grazie» sul cuscino. L'idea è di Elsa* ma io tanto sapevo che a Graziella si può dire tutto.

    Digli di Porcile: ho pianto di entusiasmo come a Ladri di biciclette o [illeggibile]. Ma quelle sono cose ormai incolori di fronte alla stupenda visione (ma lo hai sognato?) di Porcile. È bello anche se non si può capire o spiegare. Ma da Mallarmé... Godi il Brasile.

         Poco santo ma

molto affezionato tuo       Sandro

Il saggio è più sublime, cioè è sublime quanto affettuoso. Lo leggerò tutta la notte. Non lo imposto subito. Elsa ne è entusiasta.

* Elsa Morante.

Pier Paolo Pasolini

Vita attraverso le lettere

A cura di Nico Naldini

Einaudi, Torino 1994

pp. 375, lire 15.000

6896-986-986--Maria DMaria D'Ascia è in partenza per Londra.
(motivi familiari)
Saltiamo l'appuntamento con
Gli insetti preferiscono le ortiche.
Donne in poesia
(24)
di martedì 10 novembre.
pianoca249a0c53a53ee27035831fee9fe087
e rimandiamo la

lettura - intervista
in diretta da Milano
con
Chandra Livia Candiani
Chandra Livia Candiani
a martedì 17 novembre 2009

ore 11 (in replica alle 23)


postato da: gdc alle ore 10:06 | link | commenti
categorie:

Pier Paolo Pasolini (3)Pubblicati, in «Amado mio»,
2 racconti scritti negli anni '40:
incompiuti solo nella forma,
parlano di amore omosessuale
e testimoniano già il coraggio
e la spregiudicatezza culturali dell'autore.
Che però non si decise mai
a darli alle stampe
Pasolini,
peccato postumo
di Vittorio Spinazzola
(l'Unità, s.d.)

La pubblicazione postuma di Amado mio costituisce una nuova testimonianza del coraggio intellettuale, della vocazione allo scandalo anticonformista che caratterizzarono la personalità di Pier Paolo Pasolini. Il volume (curato da Concetta D'Angeli e con uno scritto di Attilio Bertolucci, Garzanti, pp. 192, L. 10.000) comprende due testi narrativi, entrambi non portati a termine ma di senso compiuto.

Il primo, Atti impuri, risale agli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra, trascorsi in Friuli; è il meno elaborato, giacché alla stesura originaria in forma diaristica lo scrittore aveva incominciato a sovrapporre quello del racconto in terza persona. Il secondo che dà il titolo alla silloge, ha indole più esplicitamente romanzesca; la redazione sembra di poco posteriore al 1949, data della partenza, o della fuga, per Roma, a seguito degli avvenimenti che mutarono l'intero corso della vita pasoliniana: il processo per immoralità, la sospensione dall'insegnamento, l'espulsione dal PCI, in cui Pasolini militava come segretario della sezione di Casarsa. Tutte e due le opere discorrono di amori omosessuali tra la gioventù di paese, con evidenti implicazioni autobiografiche.

Chi pensi al clima ideologico e letterario di quel periodo, intende subito la spregiudicatezza straordinaria di una simile scelta tematica. Pasolini era nato poeta riprendendo originalmente i moduli del simbolismo ermetico; in campo narrativo, si accingeva a fare i conti con l'esperienza neorealista. In effetti dal neorealismo letterario e cinematografico può essergli qui venuto un influsso, o almeno un incoraggiamento, nell'ambientazione popolare e nell'interesse puntuale per la fisionomia psicosociale dei personaggi; così come d'altronde al linguaggio lirico rimandano le frequenti accensioni di immagini e metafore della sua prosa.

Ma insomma, nessun modello soccorreva davvero il giovane scrittore nel comporre queste pagine, di tono rigorosamente intimista: gli esempi cui guardare glieli offriva piuttosto la grande narrativa europea da Gide a Mann.

Semmai, poteva riuscirgli utile il confronto con quella linea narrativa veneta, da Fogazzaro a Piovene, caratterizzata da un interesse specifico per il dato di moralità e di costume, per lo scavo analitico nelle perplessità e angosce dell'io individuale, fra tremori e morbidezze, sensi di colpa e assaporamento di peccati. Ma proprio un rinvio di questo genere fa valutare meglio l'originalità di Pasolini: che è nell'oltranzismo di verità, nell'intrepidezza con cui intende sublimare letterariamente una materia di vita inaccettabile per il senso comune più diffuso, conservandone tutta l'incandescenza.

Dal punto di vista formale, è Amado mio  a offrire i risultati più compatti e armoniosi. Si tratta del limpido resoconto del processo di seduzione esercitato dal giovane intellettuale Desiderio su Benito, contadinello appena adolescente. Felicemente ariose le pagine sulla gita in bici, quando l'innamorato protagonista conduce l'amico alla scoperta del mare; non meno suggestivo l'episodio finale, la resa del ragazzo, nella folla e nel buio della sala cinematografica dominata dall'immagine della Rita Hayworth di Gilda, «con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta - equivoca e angelica - stupida e misteriosa». Il racconto è tutto immerso in un clima di sensualità innocente, idilliaca, anche nei momenti di maggior tensione corrucciata. Il nome del protagonista simbolizza in modo sin troppo chiaro l'ardore candido, quasi ancora puerile, di una esuberanza erotica che cerca soltanto l'appagamento di sé, senza preoccupazioni di alcuna natura.

L'oltraggio alla moralità costituita era indubbiamente forte. Eppure, più conturbante riesce la lettura di Atti impuri: anche e proprio, direi, in ragione del suo grado minore di coerenza espressiva. La struttura narrativa oscilla fra il cronachismo diaristico e l'evocazione di memoria, accumulando con disordine voluto episodi dello ieri e dell'oggi, tutti compresenti con eguale intensità nel rovello della coscienza. Siamo sul piano della confessione straziata, e assieme dell'esibizione narcisistica. Il vissuto esistenziale è allo scoperto, con la sua ossessività nevrotica che ora si distende in notazioni di accoramento trepido ora arroventa la scrittura sino all'enfasi melodrammatica.

Com'è noto, Pasolini non accettò mai serenamente la sua diversità sessuale, e nemmeno la verificò, la discusse con i mezzi dell'intelletto laico: la subì piuttosto come un destino da scontare sino in fondo, con impavida, religiosa disperazione. Il «mostro invisibile», come qui lo chiama, poteva indurlo ad atti di libertinaggio sfrenato; ma gli ispirava anche slanci di passione assoluta, esaltati sentimentalmente nel porre questi amori carnali in rapporto con quello spiritualissimo del figlio verso la madre: «Il ragazzo rappresentava ancora per me quanto di più caro ed amato ci fosse al mondo dopo mia madre»; «il mio amore mi pareva allora inesprimibile: sconfinato e commovente come quello per mia madre»; «vivevo tutto nel mio ricordo troppo recente, nel contato ancora fisico con quel ragazzo fino a ieri straniero, che mi era stato più vicino di quanto mi sia stata mia madre».

Si capisce bene che Pasolini si sentisse, per un lato il più colpevole uomo della terra, per l'altro il più puro, in quanto vittima e assieme carnefice di se stesso. Impossibilitato a uscire da questo groviglio di disposizioni antagonistiche, la sua vera via di salvezza consisteva nell'esprimerle letterariamente: dare loro forma esemplare offrendole a una collettività pigra, distratta, filistea come documento irrefutabile d'una autenticità di pena che nessuno potesse né dovesse ignorare. In effetti Atti impuri è improntato a una spietata morbosità autoanalitica che ne fa una testimonianza singolarissima sulla complessità della condizione omosessuale, o più propriamente pederastica.

D'altra parte è significativo che lo scrittore pensasse sì di pubblicare questo lungo frammento, ma accoppiandolo ad Amado mio, tenuto su toni assai diversi di levità aggraziata: e avesse già predisposto una prefazione unica per i due testi. Ciò conferma che egli percepiva lucidamente come le disposizioni opposte da cui era lacerato fossero in realtà coessenziali e inseparabili una dall'altra. Il progetto non andò poi in porto, forse per ritegno dinnanzi alla sua portata provocatoria, ma certo anche per altri motivi. Nel corso degli anni Pasolini si volse infatti sempre più a rompere il circolo chiuso delle preoccupazioni solipsistiche, aprendosi a una molteplicità di motivi ideologici e sociali, entrando in lotta dichiarata contro l'ottundimento delle coscienze diffuse dal regime tardo borghese.

Ne nacquero la serie di raccolte poetiche della maturità, i romanzi, i film, gli interventi pubblicistici che fecero di lui un protagonista della vita culturale italiana. Il suo intimismo giovanile non poteva non essere lasciato da canto. Nondimeno, questa attività prsino frenetica non bastava a rimuovere il grande assillo che gli si ripresentava da un'opera all'altra, pur trasfigurando, arricchendo, complicando i suoi termini: l'empito di «disperata vitalità» d'una pulsione erotica che quanto più vuole affermarsi in pienezza di gioia, tanto più si capovolge e tradisce, consegnando l'animo a uno sfinimento di morte. In questo senso, Amado mio conserva un valore assai rilevante per illuminare l'intero percorso della vita e della carriera pasoliniana.
giovedì, 05 novembre 2009

Pier Paolo Pasolini (13)Due inediti di Pasolini:
«Atti impuri» e «Amado mio»
Prima dei
«ragazzi di vita»
di Giacinto Spagnoletti
("Il Tempo", s.d.)


Si sapeva, o almeno si sospettava con qualche fondamento, che l'esperienza romana di Pasolini, almeno quell'exploit narrativo costituito da Ragazzi di vita, per forza di cose doveva avere dei precedenti se non linguistici almeno tematici. Oggi ne abbiamo la conferma nei due romanzi (il secondo è addirittura un lungo racconto interrotto) pubblicati da Garzanti a cura di Concetta D'Angeli, preceduti da uno scritto di Attilio Bertolucci, affettuoso e penetrante come di consueto, e come si verifica in rare occasioni nei confronti di Pasolini. I due romanzetti furono scritti in un periodo di formazione già documentato dai versi giovanili e da lettere apparse qua e là dello scrittore friulano. Il primo, Atti impuri, addirittura fa tesoro di un'esperienza anteriore al settembre 1943 ed è rimasto allo stato un po' magmatico e frammentario di un testo che non si desidera né rivedere né troppo commentare. Esiste in una sola redazione e, come spiega la curatrice nella perspicace nota esegetica, si è trovato nella medesima cartella con altro materiale narrativo «di difficile collocazione, ma da riferirsi probabilmente a quel corpus confuso e non ancora ben ordinato che fa capo a Il sogno di una cosa».


Nel riscontro con certi passi dei diari pasoliniani, pubblicati di recente da Naldini in Poesie e pagine ritrovate [P. P. Pasolini, poesie e pagine ritrovate, a cura di A. Zanzotto e N. Naldini, Edizioni Lato Side, Roma 1980, pp. 212, lire 4.000], non è difficile imbattersi in parecchi brani identici. Segno che, per l'autore, quel che aveva concepito in forma romanzesca non era che il frutto di un'indagine introspettiva. Ma a dar il valore più autobigrafico possibile a questo grosso abbozzo ci sono testimonianze dello stesso Pasolini e una sua prefazione, non si sa quando composta, che riguarda tanto il primo che il secondo inedito «friulano». Vi si accenna a chiare lettere al tema «proibito» e imbarazzante dei due romanzi, alle fonti (quelle che si rivelano giuste: da Laclos a Peyrefitte, da Gide a Mann), e infine all'idea che se ne è formato l'autore, a distanza, s intende, di qualche tempo. Questo significa che egli aveva intenzione di pubblicare i due testi?


Vediamo intanto di che cosa si tratta. L'amore «diverso» di Pasolini per i ragazzi di Castiglione (Casarsa) e dintorni, e particolarmente la grande passione per Nisiuti, sono inseriti nel quadro degli avvenimenti fra l'8 settembre e la Liberazione, con qualche strascico successivo, durante il periodo in cui l'autore, sfollato appunto in campagna  con la madre, cominciò l'insegnamento in un paesino chiamato qui Viluta. A questi adolescenti senz'altre idee nella mente fuorché quelle tradizionali (in una regione così cattolica) delle loro famiglie, Pasolini lesse Ungaretti, Montale e Betocchi, e con loro rappresentò una favola drammatica, I fanciulli e gli elfi, appositamente scritta per un Teatrino dell'Asilo. La grazia con cui vengono raccontati episodi come questo sembra offuscarsi solo quando è in ballo - ed è frequentissimo - l'amore per qualche ragazzetto, che trascina l'autore fino al desiderio, anzi al proposito, del suicidio.


Il libro, scritto in forma di diario, si apre infatti con un sentore di morte imminente, sfiorando in qualche punto toni alla Ortis, anche se il dettato resta a livelli ben più dimessi. Fra i sentimenti a cui si abbandona il racconto due ne campeggiano, specie nella prima parte del romanzo: una sorta di «ansia religiosa», dovuta all'educazione cattolica insistente nell'autore almeno sino a quindici anni, e ora divenuta oggetto di estasi, di contemplazione panica (mai di rimorso, come lo si intende di solito, nei riguardi del «peccato»), e un imbarazzato confronto con una giovane amica, Dina, che pur comprendendo l'inclinazione sessuale di Paolo vorrbbe redimerlo con il suo amore. E se, dunque, il primo (il proposito di morire) resta confinato in una sfera letteraria, agli altri due sono rivolte le migliori qualità descrittive e introspettive del nostro autore con risultati che superano di gran lunga la foga usuale nei principianti, pure dotati di talento.


Sul secondo dei due testi inediti, la curatrice ha certo dovuto lavorare di più (basti pensare che di Amado mio, prima parte, esistono ben quattro redazioni), solo lasciandoci il rammarico di non poter leggere il seguito abbozzato dall'autore poco dopo essersi trasferito a Roma nel 1950. Queste pagine, giustamente accantonate per ragioni di struttura, dovrebbero figurare, a nostro avviso, sia pure in appendice, in un'edizione meglio curata di Ragazzi di vita, a cui si riallacciano. Non tracceremo per Amado mio il tenue diagramma della trama, simile in molti punti a quella di Atti impuri: i due reperti fanno da contrappunto l'uno all'altro, anche se l'autobiografismo del secondo è sicuramente meno accentuato e già alla svolta del romanzesco. Le corse in bicicletta lungo l'argine dei fiumi, le bevute clamorose nelle osterie, i bagni ristoratori all'alba dopo le sbornie collettive, i campi di granturco e di angurie, topoi lirici di un'ebrezza tutta assorbita nelle cose, le gite sulle strade della Bassa, e quella finale a Caorle (tra i passi davvero eccezionali): tutto questo mondo fra interiore ed esterno non solo ci vien descritto con amoroso puntiglio poetico, ma con un impeto panico solo paragonabile ai versi di La bella gioventù [La meglio gioventù]. In quanto al rimprovero moralistico fatto all'editore per aver «rivelato» una simile materia, il lettore si rassicuri: non c'è una sola riga di pornografia in questi testi pasoliniani, assai lontani dalla crudezza delle sue opere più note [sic! sic! sic!].


P. P. Pasolini: Amado mio
preceduto da Atti impuri,
Garzanti, pagine 204, L. 10.000.

Elsa, Bernardo e PasoliniTenero inferno
di Geno Pampaloni
("il Giornale nuovo", s.d.)


I due racconti qui raccolti hanno in comune la materia autobiografica, lo scenario friulano e le schermaglie degli amori omosessuali («Mi innamoro dei corpi / che hanno la mia carne / di figlio - col grembo / che brucia di pudore - / i corpi misteriosi / d'una bellezza pura / vergine e onesta, chiusi / in un gioco ignaro / di sorrisi e di grazia»: è giusto ricordare, in limine, questi dolcissimi versi dell'«Usignolo della Chiesa cattolica»). Ma, scritto l'uno prima e l'altro dopo il trasferimento da Casarsa a Roma, che avvenne nel '49, sono molto diversi tra loro. E dirò subito che quello che interessa di più, il più intenso e drammatico, è il primo, «Atti impuri». Il secondo («Amado mio») è letteralmente più levigato: paesaggi felici, una luce molto bella, scampagnate e angurie, tremori e passioni d'amore adolescente (ancora un verso di quegli anni: «Dove candida persiste / la mia invecchiata adolescenza»); ma non è molto più che lo spezzone di un racconto nell'aura di «Solaria», e poco aggiunge all'opera dello scrittore.


Al contrario, «Atti impuri» è destinato ad avere un posto di rilievo nella storia spirituale di Pasolini. Apertamente autobiografico (e bene ha fatto la curatrice Concetta D'Angeli a uniformarlo tutto in prima persona, forzando le incertezze dell'autore che non aveva vinto le esitazioni tra la prima e la terza persona), «Atti impuri» è un testo che accoppia, come nel miglior Pasolini, tenerezza e severità, splendore di passione e ombra di peccato, autocondanna e autodifesa. Il racconto si apre con il ricordo del «momento più angoscioso della mia vita» (sino alla tentazione del suicidio), allorché il ragazzo Nisiuti aveva confessato al prete i suoi peccati con Pier Paolo; e procede per disordinati via vai nel tempo, tra estasi e scoramenti, tenere accensioni d'amore e cupi sussulti di coscienza («ora sono un deserto tutto esplorato, sono tutto coscienza; non c'è più alcun mezzo per salvarmi»). Ma non è un racconto di memoria, è un racconto di vita, che ha il suo centro nel dramma morale del diritto alla felicità, un racconto dunque di «verità e menzogna».


Per strano che sembri, e nonostante che le «fonti» dichiarate siano Laclos e Peyrefitte, Gide e Mann, si pensa spesso a Piovene, alla «diplomazia della verità». Nel disordine del racconto si accavallano paesaggi familiari del Friuli contadino e nieviano, i bombardamenti degli aerei alleati, l'incubo e il fragore della guerra, la morte del fratello partigiano, le stalle, le cucine, le veglie, le feste, le gore e i fiumi, i rifugi campestri, le passeggiate, baci, carezze, appuntamenti, e sempre nuovi ragazzi, Gianni, Nisiuti, Severino, Donnino, verso i quali il giovane insegnante Pier Paolo, allegro, gentile, buono, inventivo, è attratto dal «mostro invisibile»dell'amore.


Circola in questo disordine un soffio irresistibile di giovinezza. Pochi racconti come questo mi hanno restituito fisicamente il senso del dopoguerra, della giovinezza del mondo: il «tepore corporeo della primavera» ne è uno dei protagonisti maggiori.


Ma ecco il punto. Questo paradiso terrestre, questi «giorni dolcemente celesti», portano in sé l'Inferno. Come molti cattolici del nostro tempo, Pasolini non aveva il sentimento del Paradiso; una disperata sensualità fermava la sua fantasia alle soglie del Paradiso terrestre; ma aveva profondo il sentimento dell'Inferno. La sua scommessa di vita era di conciliarli. Il suo tema segreto era la redenzione attraverso il peccato. Se parole come queste che ora adopero possono suonare assurde o blasfeme ai moralisti, Pasolini ha avuto il coraggio di viverle. Eccolo di fronte al dolce ragazzo Nisiuti: «Egli si prestava ogni sera all'illusione di un mio riscatto dal peccato, di una mia definitiva redenzione, che avesse sempre in sé l'accorata dolcezza del male appena vinto». Pasolini sa bene che il suo ruolo oggettivo è di corruttore; ma in quella corruzione, la fraternità, l'altruismo, il dono che sono sempre inseparabili dall'amore, egli spera che agiscano da offerta salvifica; e spera che sia «divinità della vita» l'ineluttabilità della passione d'amore («onnipotenza del fato», citando dal Foscolo). Letto per trasparenza, «Atti impuri» è quindi un breve poema, un'elegia (nel senso alto della parola, come giustamente chiede Attilio Bertolucci) dell'innocenza: «Il sesso come “bellezza innocente”». E si noti: accanto a termini come innocenza, purezza, onestà, «tenero pudore», rapporto «angelico e materno», Pasolini azzarda spesso, per definire la condizione dei ragazzi e sua, la parola «verginità»; ed è la spia del suo religioso volgersi all'assoluto.


Così, da queste pagine notturne, amare e felici, scritte «nelle ore più deserte, quando solo la mia lampadina è accesa in tutta la campagna», Pier Paolo Pasolini ci dice molto di se stesso, e del filo ininterrotto d'amore e di destino che unisce la sua giovinezza alla sua tragica morte.


Pier Paolo Pasolini
Amado mio,
Garzanti,
pag. 206, lire 10mila